Saint Raphaël et Tobie

“Niente è più malato in questo momento preciso dell’intelligenza, niente è meno amato della verità; quindi bisogna parlarne.”(card. Jean Daniélou1)

La guarigione: un desiderio legittimo

L’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulle Preghiere per ottenere da Dio la guarigione2 riconosce che:

“La sete di felicità profondamente radicata nel cuore dell’uomo, è sempre stata accompagnata dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di coglierne il senso quando se ne fa l’esperienza. Si tratta di un fenomeno umano che, in un modo o nell’altro, riguarda ciascuno di noi, e trova una risonanza particolare nella Chiesa. Non è solo lodevole la preghiera dei fedeli che chiedono la guarigione per se stessi o per un altro, ma anche la Chiesa, nella sua liturgia, chiede al Signore la salute dei malati. La preghiera che implora il la salute è dunque un’esperienza presente in tutte le epoche della Chiesa e, ovviamente, anche nella nostra”.

Di conseguenza, oggi si parla molto di “guarigione interiore“. Non si tratta di un nuovo concetto, ma il suo rinnovato interesse3 tradisce una profonda preoccupazione del nostro tempo.

Dietro a un ottimismo di facciata, l’umanità di questo inizio di millennio ha la chiara consapevolezza di essere “malata”, o almeno di aver bisogno di “guarigione”. L’uno implica l’altro, ma la seconda formula è meno traumatizzante per descrivere il sentimento di aver perso il “welfare” – il benessere – cioè non soltanto la salute fisica, alla quale si indirizzano i medici antichi e moderni, ma anche la salute psichica e soprattutto spirituale.

Chiarimento del termine “guarigione interiore”

“Guarigione”

La nozione di guarigione suppone la normalizzazione progressiva di una situazione difettosa, chiamata malattia. Questa non è una cosa o uno stato “in sé”, ma risulta da un rapporto deficiente con la vita, in una o più delle sue componenti, fisica, psichica o spirituale.

Se noi ammettiamo che la vita è essenzialmente relazionale, la malattia può allora essere interpretata come la conseguenza di un deficit relazionale:

  • un deficit di relazione tra gli organi del mio corpo o tra il mio corpo e l’ambiente;
  • un deficit nella rete relazionale che mi costituisce come persona;
  • un deficit nella mia relazione con Dio.

In ogni caso, la guarigione sia essa fisica, psichica o spirituale, deriverà sempre dal ripristino della capacità relazionale, dalla ripresa di una relazione che permette alla vita di riprendere il suo corso e di portare i suoi frutti.
Potremmo dire che la guarigione è opera di riconciliazione: ripristino delle relazioni fisiche (biochimiche), delle relazioni interpersonali e della relazione con Dio.

“Interiore”

Nel contesto dei nostri ritiri, l’aggettivo “interiore” che precisa il termine “guarigione” deve essere preso in un senso preciso: vuol dire che il percorso che noi proponiamo è un cammino spirituale di conversione, nel corso del quale noi chiediamo a Dio di ristabilirci pienamente in relazione con Lui, di fortificarci nel combattimento spirituale, di togliere le nostre resistenze allo Spirito Santo, al fine di poter pienamente rispondere alla sua chiamata.
Parallelamente, il termine “ferita” designa ogni forma di ostacolo che tocca la nostra relazione con Dio, che ci impedisce di accogliere pienamente la vita soprannaturale che Lui vuole darci, di vivere nella carità e di realizzare le opere che ci affida.

Ambiguità del termine

Quanto già visto fa già notare l’ambiguità della terminologia, poiché la vita psichica è anche “interiore“; ora, il cammino proposto si interessa solo all’interiorità spirituale. Bisognerebbe quindi utilizzare un termine più preciso, come ad esempio: ritiro di “guarigione spirituale. Infatti, noi cerchiamo proprio di introdurre la terminologia, ma non è facile correggere una denominazione che è entrata nelle abitudini, anche se essa si rivela ambigua!

Le ragioni dell’ambiguità

Il cammino è in realtà più complesso di quello cui abbiamo accennato – cosa che può spiegare come questa terminologia imperfetta abbia vita dura. È innegabile che in ragione dell’unità della persona umana,

  • ogni guarigione spirituale ha delle ripercussioni psichiche; e che
  • la guarigione spirituale passa, in moltissimi casi, attraverso una chiarezza di problematiche psichiche che interferiscono con la vita spirituale.

Si argomenterà allora che la terminologia: “guarigione interiore” o “psico-spirituale” ha il vantaggio di includere questa interferenza dei livelli psichici e spirituali.

Tuttavia, l’ambiguità sussiste sulla natura del percorso che questi termini non precisano in modo sufficiente. Probabilmente è auspicabile annunciare chiaramente la finalità del percorso così come il metodo utilizzato.

  • Se la finalità è psichica, anche i mezzi devono esserlo; un’eventuale ripercussione spirituale, in tal caso, è solo accidentale. Nel qual caso si tratta di un cammino psicoterapeutico, riservato ai terapisti diplomati, cioè riconosciuti per la loro competenza in materia.
  • Se la finalità è spirituale, anche i mezzi devono esserlo; questa volta sono le ripercussioni psichiche ad essere accidentali. Le competenze necessarie per questo cammino sono spirituali, cosa che implica non soltanto una conoscenza della Rivelazione cristiana ed una esperienza della vita teologale, ma anche una buona conoscenza dell’essere umano, termine della Rivelazione divina.

La distinzione tra la vita psichica e spirituale

La vita psichica poggia sulla storia soggettiva della persona. Risulta

  • dalla maniera con la quale ciascuno di noi ha organizzato le rappresentazioni mentali della sua vita pulsionale;
  • dalla maniera con la quale abbiamo progressivamente organizzato le nostre strutture interne durante la nostra infanzia; e infine
  • dalla maniera con la quale noi abbiamo riorganizzato queste strutture durante l’adolescenza.

La vita spirituale concerne essenzialmente la mia relazione con Dio. Essa trova la sua sorgente nell’iniziativa dello Spirito Santo, che agisce nel cuore della mia interiorità. Lo Spirito mi permette di credere, di sperare e di amare; le virtù teologali, che costituiscono la vita stessa della mia dimensione spirituale, sono proprio delle virtù infuse, cioè delle partecipazioni alla vita dello Spirito Santo.

Le leggi della vita psichica non potrebbero quindi confondersi con il dinamismo della vita spirituale. E neppure il contrario. Sarebbe quindi vano voler dare una risposta spirituale ad un problema psichico, o voler dare una soluzione psicologica ad una richiesta spirituale:

“Davanti alla croce del Cristo non è il cuore malato ad essere guarito, ma il cuore indurito che si è spezzato.”4

“Distinguere per unire”

Tanto è importante distinguere bene i campi psichico e spirituale, tanto sarebbe artificiale e sterile volerli separare. Poiché la stessa ed unica persona è il soggetto delle relazioni interpersonali e l’interlocutore di Dio. Le peripezie della mia vita psichica e della mia vita spirituale sono intimamente incastrate: come potrebbe essere altrimenti?

Questo si verifica particolarmente nella cristianità, dove Dio si rivela nel suo Cristo nella forma umana: “Il Verbo si è fatto carne e ha preso dimora tra noi” (Gv 1, 14). Dio si rivela donandosi a noi nel suo Figlio venuto a condividere la nostra condizione umana per parlarci un linguaggio che noi possiamo comprendere e offrirsi a noi nella visibilità di una carne simile alla nostra:

“Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi)” (1 Gv 1, 1-2).

Il percorso degli apostoli che camminano verso il pieno riconoscimento del loro divino Maestro, proprio come il cammino di fede di ognuno di noi al seguito del Cristo, è pienamente umano; ciò significa che noi vi siamo coinvolti con tutte le dimensioni della nostra umanità: fisica (pensiamo alle “meditazione dei cinque sensi” di sant’Ignazio di Loyola), psichica (i caratteri degli apostoli sono ben caratterizzati nei Vangeli), e spirituale.

Per Vladimir Soloviev, soltanto la restaurazione della sinergia tra natura e grazia può ristabilire l’unità dell’essere naturale, al quale la vita nello Spirito dona il suo compimento ultimo. Questo lavoro di integrazione si situa per il nostro autore nel cuore del progetto religioso:

“In termini generali e astratti, la religione è la cosa che unisce l’uomo e il mondo al principio assoluto e al centro di tutto ciò che esiste. L’unione, o religione, consiste nel sistemare tutti gli elementi dell’esistenza umana, tutte le forze e tutti i principi particolari dell’umanità in un rapporto giusto con il principio centrale assoluto e, con lui e in lui, a portarli ad avere tra loro un rapporto giusto e armonioso.”5

Il ristabilirsi di giuste relazioni e dunque la “guarigione” a tutti i livelli del nostro essere, procede per il nostro autore dalla riconciliazione spirituale. Cioè sarebbe sterile voler separare i campi al punto da non permettere che interferiscano uno con l’altro. Terremo quindi contro dell’adagio del filosofo personalista francese Jacques Maritain: “Distinguere per unire: i gradi del sapere“, evitando sia di confondere che di separare i livelli.

Poiché la finalità del cammino che ci proponiamo è spirituale – la riconciliazione con Dio e l’accoglimento della filiazione divina nello Spirito di Gesù Cristo – e che i mezzi sono prima di tutto spirituali, noi manteniamo, tuttavia, il termine di “guarigione spirituale6, senza, però, trascurare l’implicazione psichica del soggetto nel suo cammino di crescita e di maturazione spirituali

Qualche esempio di questa articolazione

Non psicologizzare il peccato

Nel nome del rispetto della libertà della persona, rifiutiamo di “psicologizzare” il peccato riducendolo a una conseguenza inevitabile di ferite affettive della prima infanzia. Questo sarebbe privare la persona della responsabilità dei suoi atti e allontanarlo dal cammino di conversione che può condurla ad una riconciliazione con Dio, con gli altri e con la sua stessa storia, come ad un’integrazione della sua vita sotto la sguardo del Signore di misericordia.

Tuttavia, non si può negare che i traumi dell’infanzia si inseriscono nella struttura psichica della persona. Questo deficit relazionale – questa “ferita psichica” o nevrosi – può avere come conseguenza che la persona provi una maggiore difficoltà a soddisfare le esigenze di una vita secondo il Vangelo.

In caso di disubbidienza alla Parola, gli elementi della storia personale della persona possono aver condizionato la sua libertà ma non l’hanno determinata. Gli avvenimenti traumatizzanti possono costituire delle “circostanze attenuanti”, ma l’atto peccaminoso rimane un atto di libertà del quale la persona ha la responsabilità.

La terapia spirituale consiste in un cammino di riconciliazione con Dio, ma la persona è invitata a trovare i mezzi per guarire dall’ostacolo alla sua libertà, ostacolo che costituisce questa nevrosi, fosse anche impegnandosi in una psicoterapia con una persona competente in materia.

Non spiritualizzare una nevrosi

Al contrario, sarebbe aberrante spiritualizzare turbe psichiche con il pretesto che esse riguardano la relazione con Dio.

Una persona che soffre di TOC (turbamenti ossessivi compulsivi) i cui sintomi si manifestano in campo religioso, ha bisogno di un aiuto psicologico per prendere coscienza che il “Dio” che la opprime altro non è che un super-io divinizzato. Non si può lasciare la persona nella confusione tra errore e peccato, trasgressione delle esigenze del super-io e rottura di Alleanza, colpevolezza e contrizione, rimorso e pentimento, prezzo da pagare e misericordia. La presa di coscienza del carattere patologico di una tale religiosità, con l’aiuto di una terapia psichica adatta, può, in certi casi, rivelarsi indispensabile affinché la persona possa accedere alla scoperta del vero volto di Dio: il Dio di misericordia che si rivela a noi nella sua Parola vivente, Gesù-Cristo.

In altri casi, al contrario, l’incontro con il Cristo vivente nella sua Parola, i suoi sacramenti, la sua Chiesa, porta la persona alla presa di coscienza che il Dio che lei serve altro non è che un idolo inventato di sana pianta dal suo psichismo malato. In questo caso, il cammino spirituale porta ad una psicoterapia condotta in parallelo con il cammino di fede nell’osservanza degli ambiti e delle rispettive competenze.


[1] J. Danielou, card., Scandaleuse vérité, Arthème Fayard, coll. “Les idées et la vie”, Paris, 1961, p. 10.
[2] Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sulle Preghiere per ottenere da Dio la guarigione, 14 settembre 2000 ; DC 2238(2000)1061-1066.
[3] Anche al di fuori del contesto di una ricerca narcisistica del benessere (cfr. New Age).
[4] C. Flipo, “La parole qui guérit”, in Christus, n°159, juillet 1993, Assas-Editions.
[5] V. Soloviev, Leçons sur la divino-humanité, trad. B. Marchadier, Cerf, coll.”Patrimoines orthodoxie”, Paris, 1991, pp. 17 ; 25.
[6] Piuttosto che di “guarigione psico-spirituale” o “interiore” per evitare l’ambiguità che noi abbiamo denunciato in precedenza.