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Pensiero 132

Gesù guardava Giuseppe pregare e imparava. Giuseppe contemplava Gesù pregare e capiva.

Cosa ci manca per pregare come i santi? Di essere straziati dall’orrore del peccato, dalla nostra impotenza a salvarci da soli e dalla fiducia che Dio libera. Allora può nascere la preghiera autentica, quella insegnata dal pubblicano: “Mio Dio, abbi pietà di me peccatore!” (Lc 18, 13). Solo questa preghiera è vera, poiché compie la volontà di Dio di salvarci se lo chiediamo. Questa supplica piace a Dio poiché essa sollecita quello che vi è di più umano in noi e poiché essa ci rende portavoce di tutti i nostri fratelli. “Mio Dio, mia misericordia, cosa diventeranno i peccatori?” gridava san Domenico.

La preghiera di san Giuseppe è ancora più sconvolgente perché essa richiede i frutti della Croce che il suo tenero figlio non ha ancora portato. Quando Giuseppe prega Gesù di salvarci, il suo cuore di padre è sconvolto dall’orizzonte cupo della Passione. Il suo modo di invocare la salvezza fa diventare suo il grido di Davide suo Padre: “Figlio mio, perché non sono morto al tuo posto?” (2Sam 18, 33). Davide piangeva su suo figlio ribelle, Giuseppe piange sul figlio obbediente. Davide piangeva il frutto amaro di una guerra che non aveva condotto, Giuseppe piange il figlio che, con la sua preghiera per salvare il mondo, lui manda al combattimento del Getsemani e del Golgota.

San Giuseppe scopre così che non si può chiedere la salvezza senza desiderare di unirsi al sacrificio dell’Agnello.

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