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Carterie

Artisanat monastique

Pensiero 46

In prossimità di una di quelle città in cui si gioca l’avvenire, la grotta di Betlemme era posta all’inizio e la si scopriva in ginocchio. Innalzava modestamente le sue massicce colonne di pietra come si improvvisa un pulpito su una fragile mangiatoia. Solenne e emozionata, si disperdeva in canti celesti in chiave di volta. Quella sera, ogni partitura avrebbe trovato la sua risoluzione nell’unanime riconciliazione. Piccola musica notturna arricchita dal lavoro degli angeli in coro, pentagrammi di luci che ritmano le scale musicali di ombre incalzanti, strana musica da camera composta da sorrisi stupefatti, da fruscii velati e da confusione moderata: tutto intonava generosamente l’introibo della salvezza. Vi si univa il coro delle stelle, l’insieme dei prati e dei pascoli che orchestravano il movimento misurato delle gregge e la polifonia pastorale degli infrequentabili.

Tra i pastori, ladroni di reputazione, coricato sul legno, il Bambino posava nella notte degli uomini la corona che vivifica, battendo mani e piedi con tutto il cuore. Piccola stella di Davide nata nel focolare dei raggi primitivi, irraggiava la gioia calma di essere in famiglia, stretto al cuore dove la speranza degli uomini cantava. All’ingresso, direttore d’orchestra rispettato e discreto, san Giuseppe pieno della gioia di queste melodie, coglieva in esse i primi armonici della Passione. Ottava terrestre del Padre, Giuseppe invitava e supplicava: “Restate qui e vegliate con me!” (Cfr. Mt 26, 38).

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