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La passione silenziosa di san Giuseppe

I racconti dell’infanzia nel Vangelo di Matteo sembrano un prologo che invita a riconoscere nel Bambino Divino (Mt 1, 20) il Messia che, secondo le Scritture, doveva nascere tra i figli di Abramo nella discendenza di Davide (Mt 1, 1). Fin dall’inizio, la sua missione è annunciata con il nome che Giuseppe doveva dargli: “Gesù, poiché sarà lui a salvare il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 22). Proprio alla luce della Pasqua e della salvezza compiuta con le sofferenze del Messia (At 3, 18; Lc 24; Lc 25-27), il Vangelo scrive i racconti dell’infanzia attingendo le sue informazioni nel “libro di famiglia” del clan di san Giuseppe, nel quale è conservata la memoria degli avvenimenti importanti avvenuti nel gruppo famigliare. Già tutta l’infanzia di Gesù si gioca in un contesto di gloria e della croce: la visita dei Magi annuncia il riconoscimento del messia da parte dei pagani, la strage dei bambini di Betlemme annuncia la morte del Giusto innocente, il ritorno dall’Egitto, la liberazione definitiva dal giogo di Satana e la nascita del nuovo popolo attorno al nuovo Mosè, che lo introdurrà nella terra promessa del Regno. Nessun dubbio che questi avvenimenti abbiano profondamente segnato la coscienza di Maria e di Giuseppe: essi hanno capito molto bene prima della vita pubblica di Gesù che se il cammino del loro figlio doveva compiersi nella gloria, sarebbe passato attraverso la sofferenza e la morte. Alcuni autori arrivano a dire che san Giuseppe non compare più nei vangeli dopo l’infanzia di Gesù perché è morto di dolore, il cuore spezzato per ciò che egli avrebbe intuito delle sofferenze del Figlio di Dio che gli era stato affidato. Pietosa esagerazione? Probabilmente, ma di ciò bisogna, tuttavia, mantenere un aspetto di verità. La passione silenziosa di Giuseppe unita a quella della sua sposa (Lc 2, 35) rinvia fin dai primi versetti dei vangeli al mistero di Pasqua e al ministero di compassione al quale ci invita.

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